Cyclones

Cyclones di Ange d’Arista
alla Galleria Fiorillo Arte di Napoli

Cyclones è un percorso d’arte che va guidato nel suo cammino e, oltre la mia di interpretazione, la linea di lettura proposta dalla curatrice della mostra, Simona Barucco, ne rappresenta i molteplici passaggi.

Non si cita l’estrosità di Vincent d’Arista quale possibile percoro formativo di Ange, troppo distante le loro interpretazioni eppure l’accoglienza alla Galleria animata da Ornella Fiorillo e Paolo Colussi è quella di un trittico dei D’Arista con al centro il “GOOD” di Vincent.

Spicca su tutto la particolarità della galleria di Ornella Fiorillo, uno spazio espositivo che è “Genius Loci” lavorativo  eppure in continua trasformazione nell’immensità verticale del suo cortile, esso stesso una esposizione d’arte, pop, forse più che moderna eppure di grandissimo impatto visivo ed emozionale.
AéQ

La presentazione dell’esposizione  cura di “Simona Barucco Critico d’arte”.
“Segni come danzatori attraversano le pagine in un susseguirsi di continue azioni e improvvisi intervalli. Essi disegnano spazi cosmici, eventi naturali, esotiche calligrafie. Sono come messaggi criptati per gli dei, elementi che possono appartenere all’architettura come alla musica, alla fisica come all’astronomia, e costruiscono e modificano continui cambi di valore.

La creatività si nutre di spunti provenienti dal mondo circostante, di sogni, di continue trasformazioni dei processi di collegamento tra realtà e immaginazione. Spesso l’interpretazione del mondo e della realtà materiale da parte degli artisti consente di entrare in possesso di chiavi di lettura nuove del superficiale mondo dell’apparenza e, attraverso queste, si può scoprire che tutte le forme, le impressioni, le visioni, si fondono in un’unica straordinaria e complessa linea di similitudini, di ritmi quasi identici ma diversi, se traslati secondo ogni nuova dimensione, prospettiva o campo di riproducibilità.

Ange D’Arista offre in questa mostra proprio una dimostrazione di come ogni sua opera possa essere una lente attraverso la quale approfondire i caotici segnali del mondo nel quale viviamo e che ci proietta, per riflesso, direttamente al centro del campo d’osservazione. In molte opere della D’Arista, l’assoluta mancanza di figurazione o di colore, invece di porre un ostacolo alla comprensione da parte del fruitore, è come se riuscisse ad attivare una comunicazione più diretta, più intensa e critica, che mira direttamente a costruire significati ed emozioni profondamente personalizzati. E anche quando l’artista usa il colore, questo è modulato con una sensibilità senza pari, traslato ed espresso in tutte le sue infinite, leggerissime e complesse variabili.

Angela d’Arista prende anche spunto dalle grande tradizione artistica del Novecento. Nelle sue opere troviamo eleganti omaggi a Joan Mirò, Giuseppe Capogrossi, Maurizio Nannucci, Marco Giovenale, Jean Degottex o Brody Neuenschwander. Il tutto è fuso in una cifra stilistica essenziale.

Nei disegni della serie “Ciclone”, per esempio, il segno è lieve e volatile. Esso lascia spazi continui tra le righe veloci disegnate quasi come a descrivere perfettamente la dicotomia presente nel fenomeno metereologico: l’aria, elemento lieve e necessario, improvvisamente si trasforma in una forza dalla potenza distruttiva. La fragilità bilanciata di un complesso meccanismo diviene caos assoluto ai nostri occhi, ma persegue ben altre logiche e sentieri. Il segno si muove quasi “tagliando” il foglio, a volte violandolo, procedendo e arretrando con una dinamicità che spezza i legami concreti esistenti tra idea, realizzazione e supporto.

Nella serie “Direttore d’orchestra” il movimento eseguito dalle braccia e dal corpo dell’esecutore invece di svanire gradualmente dal campo, si attarda e si stratifica come a voler mantenere un legame ancora forte con la sorgente. Come nei primi esperimenti del precinema di Edward Muybridge, l’immagine lascia dietro di sé una scia, una traccia, che consente di rimettere insieme i movimenti secondo piani temporali diversi e di rivivere il dinamismo frenetico di quei momenti e la diretta connessione col suono emesso durante l’esecuzione del brano. Il segno, in questo caso, si dirige su ogni angolo del foglio e appare come inquieto e toccante, mentre occupa il posto tra gli spazi lasciati liberi dalle note esplose.

Nel ciclo dal titolo “Cosmo” il segno della D’Arista si fa pastoso, gessoso, concreto e abbandona quasi del tutto la leggerezza alla quale si era abituati. Spesso l’uso della carta non bianca, riciclata e/o mista rimanda ad un universo primordiale, ad un mix di materia e luce ancora non separate, dal quale emergono segnali di attività pura al loro primo stadio di gestazione. Il cosmo è lì, confuso tra i propri contorni visibili e invisibili che per l’artista si esprimono in segni circolari, piccoli centri, macchie d’inchiostro in costellazioni metaforiche. Questo contesto è anche facilmente paragonabile al nostro universo interiore, al mondo che si disegna continuamente dentro di noi attraverso le emozioni, i ricordi, le incertezze del vissuto. Mente e corpo si fondono fino a traslare i contorni l’una nell’altro e il rimando è a ciò che siamo o avremmo potuto essere ancora prima di nascere, quando esistemmo solo in forma empirica, sospesi tra il nulla e la vita.

In “Scrittura” il segno si fa frenetico, veloce, strattonato e incisivo. Spesso l’aggiunta del colore interviene come a destrutturare l’alfabeto già asemico e la consistenza dell’intera procedura si fa a volte quasi violenta, nel rilascio di apparenti parole, lettere, frammenti di frasi inconsistenti che immediatamente si fanno visione. La scrittura diventa così criptica, indecifrabile, e la nostra mente abituata alla lettura, a riconoscere caratteri, a tradurre pensieri messi sotto forma di un filo d’inchiostro, si sforza di trovare un significato anche a questi segni, segnali di un codice ancestrale che inducono al dubbio, all’equivoco posto in essere da una lingua intraducibile e sconosciuta. Il Linguaggio è apparente, il significato è polivalente, la visione è moltiplicata e non asservita alla dittatura dell’osservatore.
Simona Barucco
Critico d’arte”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *